Alessandra Vecchi affronta il tema della manipolazione emotiva e del senso di possesso presenti nelle relazioni affettive, lavorative e sociali. L’analisi approfondisce la complicità inconsapevole del manipolato, le dinamiche di potere e l’importanza di ritrovare la propria responsabilità individuale.
Intervista a Alessandra Vecchi.
LA SINTESI
Eccoci qua con Alessandra Vecchi, questo è il nostro appuntamento del pomeriggio. La settimana scorsa parlavamo di possesso di cose e purtroppo di persone. Oggi parliamo anche di quello che può essere una sorta di predominio che si ha a volte nei confronti di qualcuno. È così che purtroppo funzionano le cose?
Non sempre. C’è chi spicca sull’altro o chi spicca sugli altri.
Ma ci sono varie gradazioni di questo spiccare su?
Un conto è spiccare perché si ha un carisma particolare, un conto è essere prepotenti, cioè utilizzare una strategia o un’aggressività per avere un dominio sull’altro. Questo è molto visibile in questo momento storico a tutti i livelli, sia socialmente più elevati sia più bassi. Si prende il potere della vita dell’altro in maniera indebita, senza che l’altro si accorga che c’è una persona accanto che guida al posto suo.
Questo vale solo nella coppia o anche per altri tipi di relazioni, come quelle di amicizia o di lavoro?
Vale per tutte le relazioni. Diventa un problematica perché non c’è un affiancarsi reciproco, l’uno verso l’altro, ma c’è un mettersi sopra o sotto. A volte ci si mette sotto per non assumersi il ruolo legato alle responsabilità: ci si crea la scusa del prepotente per nascondersi dietro all’altro.
Ma se io sono la mente e tu sei il braccio, sarà poi difficile riuscire a scindere i due ruoli?
La mente e il braccio sono affiancati ed entrambi sono fondamentali e funzionali al raggiungimento di un obiettivo.
Quindi sono complici alla fine?
Sono complici, assolutamente, ed entrambi sono importanti.
Laddove ci sia una manipolazione, con un manipolatore e un manipolato, si può parlare di complicità anche in questo caso?
A volte sì, a volte è una complicità consapevole: non mi assumo le mie responsabilità e quindi mi lascio manipolare.
Molti potrebbero dire di essere stati manipolati a propria insaputa, scaricando la colpa, come fossimo dei bambini.
Se mi faccio manipolare per non assumermi le mie responsabilità, non ammetterò mai di averlo fatto per quel motivo, perché sarebbe un’assunzione di colpa o di responsabilità.
Non se ne esce allora?
A meno che non si aumenti lo spazio e l’area consapevole dentro di noi.
Anni e anni di analisi?
Anni di analisi oppure semplicemente fermarsi e sedersi. Non è difficilissimo, ma bisogna farlo e serve coraggio.
Nei rapporti di lavoro, dove ci sono interessi economici e differenti, la dinamica è la stessa? Come si manifesta?
Sì, vale per tutte le relazioni. Nel lavoro si manifesta con l’abuso di potere, dove un soggetto decide e fa della vita dell’altro quello che vuole.
Si può sempre dire “vado via” o dire di “no”, se le condizioni lo permettono?
Si può sempre dire la parola magica “no”. È difficile che qualcuno ti mandi via solo perché hai detto “no”. C’è piuttosto la paura di dirlo, perché chi si fa possedere ha una struttura di personalità accondiscendente che pensa: “Se faccio contento l’altro, allora sono amato e protetto”. Ma nella realtà un manipolatore non ha scrupoli e non offre vera protezione.
Dire “no” però spaventa quando c’è il rischio di perdere il posto.
Il ricatto alza sempre di più l’asticella. Nei contesti lavorativi, politici o religiosi si resta sottomessi spesso nell’illusoria attesa di un favore richiesto, rischiando di aspettare una vita intera senza ottenere nulla.
Come si esce da questa dinamica?
Bisogna essere prima di tutto onesti con se stessi per pretendere l’onestà dagli altri. Bisogna farsi delle domande su cosa si desidera veramente, dove si vuole arrivare e qual è la scintilla interiore che ci si porta dentro, trovando la determinazione per non spegnerla.


