Ospite di Beatrice Silenzi a Radio Linea N.1, Giusy Shin illustra l’origine celtica di Halloween a partire dall’antica festa di Samhain e dal Capodanno celtico. L’intervista approfondisce il significato del passaggio solstiziale, il confronto con il Día de los Muertos messicano e i riti legati al culto degli antenati presenti anche nel Sud Italia.
Intervista a Giusy Shin, ricercatrice e studiosa di tradizioni popolari.
LA SINTESI
Eccoci insieme alla nostra amica Giusy Shin. Oggi parliamo di Halloween anticipandoci un po’ rispetto al prossimo fine settimana…
Halloween è vista come una tradizione americana, ma nasce in realtà come trasposizione della frase ‘All Hallows’ Eve’, cioè la vigilia di Ognissanti, derivata dall’antica festa celtica di Samhain. Nella tradizione celtica delle isole britanniche, la notte tra il 31 ottobre e il primo novembre rappresentava il Capodanno celtico e il momento in cui il velo tra i mondi si assottigliava, permettendo agli spiriti di tornare a visitare i vivi. Ci si mascherava in modo orribile per spaventare gli spiriti, secondo il principio che il simile cura il simile. La rapa, alimento tipico di quelle terre scavato con all’interno un lumino, divenne poi la zucca negli Stati Uniti perché in America è tutto più grande. Samhain chiudeva l’anno agricolo e il ciclo del raccolto: per molte tradizioni spirituali era il vero Capodanno, mentre quello del 31 dicembre viene definito simbolicamente ‘babbano’.
Qual è il significato profondo di questo periodo dell’anno?
È un periodo denso di significati perché cade esattamente a metà tra l’equinozio d’autunno e il solstizio d’inverno. Il 31 ottobre segna l’inizio della discesa verso il ‘mondo di sotto’ e l’assottigliarsi della luce a favore delle ombre. Le ombre richiamano l’aldilà, ciò che non conosciamo, ciò che non riusciamo a trattenere e il ricordo di chi non c’è più. Questo si collega al mito di Persefone e al ciclo naturale di vita, morte e rinascita. Essendo esseri ciclici, questo momento invita all’introspezione e a stare più con noi stessi.
Spostandoci verso l’America Latina, come viene vissuto questo periodo?
In Messico e in Sudamerica ci sono le festività del Día de los Muertos, che prendono il via dal 27 ottobre con un calendario ben preciso: il 27 è dedicato agli animali domestici, dal 28 al 30 a chi è morto in circostanze tragiche o agli scomparsi, il 31 è il ‘Día de los Angelitos’ dedicato ai bambini non battezzati o mai nati, e infine il primo e 2 novembre sono dedicati a tutti i defunti e agli antenati. Ogni famiglia allestisce in casa l’altare dell’ofrenda con foto dei cari, cibo e bevande anche alcoliche. Si banchetta, si canta e si suona. Le strade vengono ricoperte dai petali arancioni e profumati del fiore cempasúchil, che creano una via luminosa per guidare i defunti a casa. Simbolo cardine è La Catrina, la figura femminile con il teschio dipinto e ornato (ripresa anche nel film ‘Coco’ della Disney e in ‘Frida’), che celebra la continuità dell’esistenza e il radicato culto degli antenati.
Anche in Italia ci sono tradizioni simili per la notte dei defunti?
Sì, nel Sud Italia, in Sicilia e in Sardegna è viva la tradizione per cui la notte tra il primo e il 2 novembre si lascia la tavola apparecchiata con cibo, acqua per lavarsi le mani e candele accese. Il concetto fondamentale è sempre lo stesso: gli antenati tornano a farci visita ed è un momento favorevole di passaggio e contatto tra i mondi.
C’è un piccolo gesto o rituale che possiamo compiere per vivere al meglio questo momento di passaggio?
Possiamo creare un piccolo altare in casa accendendo un lumino o un incenso davanti alle foto dei nostri cari. Inoltre, un bel rito autunnale consiste nel raccogliere delle foglie cadute, scriverci sopra ciò che desideriamo lasciar andare o superare, lasciarle la notte tra il 31 ottobre e il primo novembre vicino a una candela e poi riportarle in natura dove le abbiamo trovate, senza bruciarle. È un modo per fare spazio al nuovo e ricordare che chi non c’è più continua a vivere nel nostro ricordo.


