Nel consueto appuntamento dedicato al Vangelo della domenica, il teologo biblista fr. Alberto Maggi dialoga con Francesca Travaglini su Radio Linea N.1. Al centro della riflessione c’è il tema del perdono incondizionato e l’insegnamento di Gesù di perdonare «settanta volte sette».
Intervista a ALBERTO MAGGI – teologo e biblista.
LA TRASCRIZIONE
Che cosa ci racconta il Vangelo del giorno?
Nel Vangelo di questa domenica Pietro si avvicina a Gesù con una domanda ben precisa. Ha capito che nella comunità il perdono è fondamentale, ma vuole una regola: qual è il limite oltre il quale non si è più tenuti a perdonare? La tradizione rabbinica del tempo fissava un massimo di tre volte. Pietro raddoppia, aggiunge uno e propone sette, credendo di essere di una generosità inaudita. Ma stabilire un limite significa solo cercare il punto in cui sentirsi autorizzati a non perdonare più. La risposta di Gesù è spiazzante: non sette, ma settanta volte sette. Gesù cita e ribalta il canto di Lamech, il discendente di Caino che nella Genesi gridava la sua vendetta illimitata. Alla spirale dell’odio e della vendetta Gesù contrappone la spirale del perdono incondizionato. Per far capire fino in fondo questa logica, racconta una parabola: un re regola i conti con i suoi alti funzionari di corte. Uno di loro gli deve una cifra astronomica, incalcolabile: diecimila talenti. Basti pensare che un solo talento corrisponde a circa 30 chili d’oro, equivalenti a circa 6.000 giornate lavorative. Diecimila talenti corrispondono a 60 milioni di giornate di lavoro, circa 64.000 anni di stipendio: una cifra sproporzionata, un debito del tutto incalcolabile e impossibile da ripagare. Ebbene, il funzionario si getta a terra e implora pazienza promettendo di restituire tutto, una promessa del tutto illusoria. Ma il re, mosso da profonda compassione, compie un gesto inaudito: gli azzera completamente il debito e gli restituisce la vita. Appena uscito, quello stesso funzionario incontra un compagno che gli deve cento denari, cioè circa tre mesi di paga, una somma assolutamente ripagabile. Di fronte alle medesime suppliche non mostra alcuna pietà: lo afferra per il collo e lo fa gettare in prigione. Quando il re lo viene a sapere, lo chiama con un epiteto preciso: maligno, la stessa parola che si trova nella fine del Padre Nostro. Chi non condona i debiti al fratello e pretende una giustizia spietata inquina e distrugge la comunità. Attenti al Padre Nostro: se non perdoniamo, siamo noi il maligno del quale chiediamo di essere liberati. Il perdono a cui chiama Gesù non è un calcolo matematico né un dovere per comprarsi il favore di Dio, ma è la risposta logica di chi ha riconosciuto di essere stato già perdonato per primo da un debito incalcolabile. Chi rifiuta di perdonare blocca l’amore di Dio; chi perdona di cuore, cioè con una coscienza nuova, libera se stesso e cura la comunità.


