Nel corso della rubrica ‘LaB – Lo spazio delle idee’ su Radio Linea N.1, la conduttrice Beatrice Silenzi approfondisce con la psicoterapeuta Alessandra Vecchi il tema del possesso. L’analisi spazia dal possesso interpersonale a quello materiale, distinguendo il possesso dalla gelosia, illustrandone la natura di relazione tossica a senso unico e spiegando come la paura della perdita possa innescare meccanismi inconsci di autosabotaggio.
Intervista a Alessandra VECCHI.
LA SINTESI
Entriamo subito nel nostro argomento di oggi: il possesso. Quando parliamo di possesso non intendiamo la proprietà, ma l’incapacità di abbandonare cose e persone. Qual è la differenza fondamentale tra possesso e gelosia?
Possesso e gelosia vengono spesso sovrapposti e confusi, ma si tratta di due concetti distinti. La gelosia nasce da un’insicurezza personale ed è la paura che un’altra persona ci metta a confronto con il mondo esterno. Il possesso, invece, riduce l’altro a un mero oggetto, ed è per questo un argomento ben più pesante e invasivo.
Il possesso si manifesta anche nelle relazioni amicali?
Sì, assolutamente. Si nota per esempio quando si vive l’amicizia in modo esclusivo e si pretende che l’amico esca soltanto con noi, vietandogli di uscire con altre persone.
Ma inglobare altre persone e fare gruppo non è un’opzione praticabile?
Anzi, sarebbe un’esperienza molto nutrente e meravigliosa, perché permette di fare nuove conoscenze e vivere situazioni inedite. L’importante è non aver paura di perdere il possesso: non si può perdere qualcuno a cui si vuole bene in modo profondo, a meno che non ci si comporti in una modalità tale da spingere l’altro ad allontanarsi e a lasciarci a piedi.
A quel punto però non si tratta neanche più di affettività autentica, giusto?
Esatto. Se una persona la si lega solo a sé o a un determinato contesto, al di fuori di quell’ambito rischia di non avere più alcun valore. Il bene non passa attraverso il controllo: l’affetto è qualcosa di molto più ampio e inclusivo. Il possesso è una relazione a senso unico e, quando manca la reciprocità, si crea inevitabilmente una dinamica tossica e perversa.
Quando si esplicita il possesso, succede perché si ha paura di essere abbandonati?
Assolutamente sì. E quando il possesso si manifesta apertamente prende il nome di prepotenza, intendendo con ciò l’atto di esercitare una potenza sopra o prima della volontà dell’altra persona.
Parliamo ora del possesso materiale: cosa accade quando si fa fatica a staccarsi dalle cose e si tende ad avere il ‘braccino corto’ come un T-Rex?
Nel linguaggio popolare si usa dire ‘ti porti via qualcosa?’. Questa resistenza a mollare le cose terrene richiama opere come la novella ‘La roba’ di Giovanni Verga, in cui il protagonista preferisce distruggere i propri beni anziché non poterli portare con sé nell’aldilà, o la dinamica dell’accumulatore seriale che a fine vita non distingue più ciò che gli è utile da ciò che non lo è.
E cosa succede in questi casi alle generazioni successive rispetto ai beni accumulati?
In genere ciò che è stato costruito con zelo e determinazione da una prima generazione – magari da chi si è fatto da solo e possedeva una forte struttura psicofisica ed emotiva – viene mantenuto a stento dalla seconda generazione, mentre la terza rischia di sperperare tutto. Questo accade perché occorre aver metabolizzato i processi che hanno portato a costruire quel patrimonio, partendo dal basso e maturando la necessaria struttura mentale ed emotiva.
È lo stesso meccanismo per cui chi riceve una fortuna improvvisa, ad esempio vincendo al SuperEnalotto o incontrando una persona emotivamente ricca, finisce per perdere tutto?
Esatto. Spesso una grande fortuna improvvisa, sia essa economica o affettiva, dura poco perché la coscienza dell’individuo non è abituata né pronta ad accogliere l’abbondanza. Non sentendosi all’altezza, la persona si rende involontariamente spettatrice di un autosabotaggio per ritornare nello stato di mancanza a cui è abituata, stato che finirà per attirare ulteriore mancanza.
Come si può uscire da questo circolo vizioso di possesso e autosabotaggio?
Occorre svolgere un lavoro su se stessi e sulla propria coscienza, mantenendosi ‘svegli’ di fronte a ciò che accade. Bisogna imparare a guardare, vedere e discernere, attribuendo il giusto valore alle persone e alle cose nel momento presente in cui si possiedono, senza attendere di aver perso tutto per rendersene conto.


